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Martedì 28 Giugno 2022 14:46 |
(V. Licari) Chi sceglierà il lago Maggiore – raggiungibile da Monza con l’auto in meno di due ore - per trascorrere un periodo di vacanza, lungo o breve che sia, avrà la possibilità di partecipare alle manifestazioni del Festival Il Lago Cromatico, rassegna musicale e culturale estiva organizzata dall’Associazione Musica Libera, giunta quest’anno alla sua ottava edizione, che si svolgerà fino al mese di agosto coinvolgendo i Comuni di Angera, Besozzo, Comabbio, Laveno Mombello, Leggiuno, Ranco, Somma Lombardo, Taino e Travedona Monate, insieme a numerosi musei, associazioni e operatori turistici e commerciali del territorio.
Attraverso esperienze multisensoriali fatte di musica, arte, natura e tradizioni locali, fin dai propri esordi la manifestazione ha voluto creare dei percorsi per valorizzare il territorio in cui essa è nata e per accompagnare il pubblico alla sua riscoperta. Ecco, dunque, che Intrecci – titolo scelto per questa edizione - nella sua semplicità ben sintetizza la grande complessità e varietà della proposta culturale che anche quest’anno la caratterizza. La rassegna sarà una grande tela, fatta di fili colorati - i molteplici e differenti eventi in programma - legati fra loro per creare un’unica grande immagine nella quale ognuno potrà ritrovarsi in piena libertà e secondo la propria sensibilità.
La Musica sarà la grande protagonista del Festival, ma affiancata e fortemente intrecciata a visite guidate, incontri, passeggiate e molto altro.
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Domenica 05 Giugno 2022 11:57 |
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(Vittoria Lìcari) Quando, nel 1887, Čaikovskij ricevette dal direttore dei Teatri imperiali di San Pietroburgo la proposta di mettere in musica il racconto Pikovaja dama di Aleksandr Puškin – del quale, nel 1879, aveva già musicato Evgenij Onegin – la sua reazione non fu proprio entusiastica, a differenza di quella di suo fratello Modest, che subito intraprese la stesura del libretto, in origine destinato a un altro compositore.
Ma il direttore dei Teatri imperiali voleva a tutti i costi che il lavoro fosse affidato a Čaikovskij e il suo desiderio poté realizzarsi grazie a Modest il quale, ricordando che il fratello aveva motivato il proprio rifiuto sostenendo che il racconto puškiniano non lo commuoveva, apportò all’originale alcuni sostanziali cambiamenti che lo rendessero, appunto, “commovente”.
Al di là della ricollocazione temporale della vicenda nel secolo XVIII per non mettere in scena la contemporaneità – espediente, peraltro, piuttosto comune, che anche Verdi aveva utilizzato per la “prima” della Traviata – Modest Čaikovskij modificò profondamente i personaggi principali. Hermann, da tedesco cinico e benestante che vuole avere la certezza di accrescere il proprio patrimonio mediante il gioco e, per ottenere lo scopo, non esita a servirsi di Liza, viene trasformato in uno straniero talmente povero da non potersi nemmeno sedere al tavolo da gioco, realmente innamorato della ragazza. Liza non è la povera “pupilla” della Contessa, bensì sua nipote - e dunque appartenente all’aristocrazia - a tal punto schiacciata dal senso di colpa per la morte della nonna e dal timore di essere stata “usata” da Hermann da togliersi la vita, mentre nell’originale è destinata a un tranquillo matrimonio borghese. Nell’opera anche Hermann ricorre al suicidio anziché finire nel manicomio destinatogli da Puškin. È interessante osservare come la retrocessione temporale degli eventi rispetto all’originale letterario si rifletta sulla musica: Čaikovskij, peraltro al pari di quasi tutti i musicisti russi suoi contemporanei, amava la musica del ‘700 – non dimentichiamo che, nel 1876, aveva scritto le Variazioni su un tema Rococò per violoncello e orchestra – e, nella scena della festa, cita un concerto per pianoforte e un quintetto di Mozart, oltre a un tema dell’opera Il figlio rivale (1787) di Dmitrij Bortnjanskij e a una polacca scritta nel 1791 da Osip Koslovskij, con cui il coro saluta l’ingresso della zarina. Altra evidente citazione, anche se di tutt’altra natura, riguarda l’inizio dell’opera, chiaramente ricalcato su quello della Carmen di Bizet, che Čaikovskij amava moltissimo, ma tutta la Pikovaja dama è punteggiata di richiami musicali – abbondanti, naturalmente, quelli al folclore russo – che costituiscono parti integranti della drammaturgia.
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Giovedì 05 Maggio 2022 20:53 |
(Vittoria Lìcari) Può essere considerata una “prima” assoluta questa produzione di Thaïs, non solo e non tanto perché si tratta di un allestimento che per la prima volta viene proposto al pubblico, bensì perché per la prima volta l’opera di Jules Massenet è stata rappresentata alla Scala nell’edizione originale in francese.
L’unica rappresentazione precedente sulle scene milanesi risale infatti al 1942, quando Mafalda Favero e Gino Bechi, diretti da Gino Marinuzzi, l’avevano eseguita nella versione ritmica italiana. Composta fra il 1892 e il 1893 su libretto di Louis Gallet ispirato all’omonimo romanzo di Anatole France, l’opera andò in scena all’Opéra Garnier il 16 marzo 1894 con un buon successo di pubblico, ma non è questa la versione che viene oggi rappresentata in quanto, nel 1897, il direttore dell’Opéra Pedro Gailhard chiese a Massenet una nuova versione, che sarebbe diventata la definitiva, con l’aggiunta di un nuovo quadro all’inizio del terzo atto e di un nuovo balletto. Amore carnale e amore spirituale si contrappongono e al tempo stesso si compenetrano nella lussureggiante musica di Massenet, la cui ricchezza di contrasti anche violenti, ma pur sempre realizzati con grande perizia compositiva, mette in risalto tutti i risvolti emotivi dei personaggi rendendo palpabili i loro pensieri e le loro sensazioni più profonde. A tale eccelso risultato contribuisce l’ottimo libretto che il suo autore Louis Gallet definì poésie melique: si tratta di versi liberi che danno vita a un testo di carattere declamatorio la cui flessibilità consente al compositore di non interrompere mai il fluire della musica, pur riuscendo a circoscrivere i momenti che in un ambito più tradizionale si tradurrebbero in forme chiuse, e le cui sonorità verbali creano una raffinatissima sintesi con quelle musicali.
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Lunedì 11 Aprile 2022 12:02 |
(Vittoria Licari) La sera del 9 gennaio, in occasione del suo compleanno, Waltraud Meier è tornata per l’ultima volta sul palcoscenico del Teatro alla Scala per congedarsi dalle scene italiane con un Liederabend in cui le erano a fianco il basso Günther Groissböck e il pianista Joseph Breinl, suo storico collaboratore.
Aprivano il programma tre pagine di Hans Rott (1858 – 1884), allievo di Anton Bruckner al Conservatorio di Vienna e, secondo il musicologo Guido Adler, suo compagno di studi, “il più dotato di tutti gli iscritti in conservatorio negli anni Settanta”. Ora, sapendo che in quegli stessi anni erano allievi dello stesso Conservatorio Gustav Mahler – che di Rott era grande amico ed estimatore - e Hugo Wolf, è lecito domandarsi come mai la notorietà di Rott sia tanto inferiore a quella dei due illustri colleghi. La spiegazione si trova in quanto scrive all’interno del programma di sala la musicologa Elisabetta Fava, la quale, dopo avere definito Rott “spericolato” oltre che dotato, così scrive: “[…] negli anni in cui affrontare la forma grande per eccellenza, ossia la sinfonia, era ancora sentito come un traguardo difficile e forse impossibile, a cui giungere per gradi e con cautela, Rott ci si buttò fin da subito a capofitto, a differenza dei suoi coetanei.
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