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(Vittoria Lìcari) A tredici anni dalla rappresentazione della Didone, Pier Francesco Caletti-Bruni, meglio noto come Francesco Cavalli (Crema, 1602 – Venezia, 1676) è tornato con una sua opera alla Scala.
Si è trattato, questa volta, della Calisto, su libretto di Giovanni Faustini dalle Metamorfosi di Ovidio, in cui si narra di come Giove, sceso con Mercurio sulla terra bruciata dal passaggio del carro di Fetonte, si invaghisca della ninfa Calisto, seguace di Diana, e per conquistarla assuma l’aspetto di Diana stessa, la quale, invece, è attratta dal pastore Endimione.
Giunone, moglie gelosa di Giove, per vendetta trasforma Calisto in orsa, ma Giove pone parziale rimedio a tale vendetta trasformando la sventurata ninfa nella costellazione dell’Orsa Maggiore. Non essendo questo autore fra i più noti al grande pubblico, appare opportuno darne qualche cenno biografico che aiuti il lettore a inquadrarlo storicamente. Figlio di Giovan Battista Caletti-Bruni, compositore, organista, e probabilmente maestro di cappella del Duomo di Crema, assunse il cognome di Cavalli in onore del suo mecenate Federigo Cavalli, podestà di Crema – città che allora si trovava nel territorio della Repubblica di Venezia – il quale, una volta lasciata la carica e rientrato nella capitale, aveva condotto con sé il giovane Francesco, consentendogli così di entrare nell’orbita di Claudio Monteverdi, maestro della cappella musicale di San Marco, del quale, con ogni probabilità, divenne allievo.
Godette di grande fama anche nel resto dell’Italia, in Francia e in Inghilterra, e fu attivo sia come operista, sia come autore di musica sacra; il medico e librettista fiorentino Giovanni Andrea Moniglia nel 1658 scrisse di lui che era «reputato il primo compositore d’Italia, particolarmente sopra lo stile drammatico».
La celebre cantante Barbara Strozzi lo ebbe come insegnante e numerosissime e ben documentate sono le attestazioni di stima da parte dei suoi contemporanei, non solo come compositore, ma anche come cantore e organista. Nella prefazione alle sue Musiche sacre del 1656, Cavalli scrive: «Il mio Genio è stato sempre lontano dalle stampe: e ho piuttosto acconsentito a lasciar correre le mie debolezze dove le portò la fortuna col mezzo della penna, che con quello de’ torchi». Ecco perché ciò che non è andato perduto della sua opera ci è pervenuto in forma manoscritta, comprendente sia autografi, sia copie, che nel secolo diciannovesimo vennero donati alla Biblioteca Marciana dalla famiglia Contarini, che ne era proprietaria.
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