 ( Vittoria Lìcari) La prima cosa che colpisce dell’opera Die Soldaten - unico lavoro teatrale di Bernd Alois Zimmermann (1918 – 1970), per la prima volta in scena alla Scala – è l’estrema difficoltà dei ruoli vocali: grande abbondanza di ampi salti verso l’acuto e il grave, improvvisi passaggi dal cantato al parlato e viceversa, intonazione impervia, tessiture estese fino ai limiti massimi delle possibilità fisiche. La drammaturgia è totalmente e magnificamente condensata nel trattamento “espressionista” riservato a voci e orchestra, nel senso che l’espressività risulta costantemente esagerata e l’interiorità dei personaggi viene a galla senza alcuna possibilità di essere occultata attraverso una qualsivoglia linea melodica o belcantistica.
Lo spettatore si sente così “aggredito” dai toni usati dall’autore e non ha che due opzioni: fuggire o accettare la sfida di un ascolto altrettanto difficile quanto l’esecuzione. Ben ventisette sono i personaggi in scena, nessuno dei quali può essere liquidato con la qualifica di “comprimario” anche quando il ruolo è di dimensioni limitate, ma nove sono quelli che si possono definire fondamentali: Marie (Laura Aikin), suo padre Wesener (Alfred Muff), sua sorella Charlotte (Okka von der Damerau), sua nonna (Cornelia Kallisch), il suo fidanzato Stolzius (Thomas E. Bauer), la madre di lui (Renée Morloc), la sua benefattrice Contessa de la Roche (Gabriela Beňačková), il giovane conte figlio di lei (Matthias Klink) e il di lui amico barone Deportes (Daniel Brenna) che dopo avere illuso e sedotto l’ingenua Marie la lascia nelle braccia degli amici, fra i quali c’è appunto il giovane conte. Sono, questi ultimi, due fra i soldati che danno il titolo alla pièce di Jacob Michael Reinhold Lenz (1751 – 1792) cui si ispirò Zimmermann per la sua opera, della quale scrisse anche il libretto. Entrambi riversarono nelle loro opere le rispettive, traumatiche esperienze militari: il primo nella Strasburgo del tardo ‘700, il secondo sui fronti orientale e francese durante la seconda guerra mondiale. Oltre alla comune tendenza alla depressione e alle tragiche circostanze della morte, un altro “filo rosso” li lega: Lenz è il protagonista di una novella, rimasta incompiuta, di Georg Büchner (1813 – 1837) autore anche della “ballata tragica in 25 scene” Woyzeck, dalla quale Alban Berg (1885 – 1935) trasse le quindici scene salienti per farne il suo Wozzeck al quale, insieme a Lulu, l’altra opera teatrale di Berg, si ispira Zimmermann nella composizione dei Soldaten, rispettivamente sul piano drammaturgico (quindici scene come in Wozzeck e un modo molto simile di tratteggiare i personaggi) e sul piano tecnico-compositivo (la fusione fra materiali musicali diversissimi, come per esempio Bach e il jazz, su di una base rigorosamente seriale, che Berg aveva sperimentato in Lulu). Per non parlare del nome della protagonista, Marie, così in Wozzeck come nei Soldaten, e della comune valenza simbolica dei due omonimi personaggi. Scritta fra il 1957 e il 1964 su commissione dell’Opera di Colonia, ma inizialmente considerata ineseguibile a causa delle oggettive difficoltà di esecuzione e messa in scena, Die Soldaten ebbe la sua prima rappresentazione nella città renana il 15 febbraio 1965: è giunta quindi alla Scala nel cinquantenario di quell’evento, con una compagnia di canto formidabile e diretta magistralmente da Ingo Metzmacher nell’allestimento creato dal regista lettone Alvis Hermanis, con il quale hanno collaborato Uta Gruber-Ballehr per le scene, Eva Dessecker per i costumi, Gleb Filshtinsky per le luci e Sergey Rylko per il video design. Creata originariamente per la Felsenreitschule di Salisburgo, l’edizione scaligera presenta una grande chiarezza narrativa che guida lo spettatore attraverso la straordinaria complessità sonora di un’opera tanto ostica da ascoltare, quanto difficile da dimenticare.
|