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Aida alla Scala Stampa
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Lunedì 11 Maggio 2015 13:28
150511 Sartori Rachvelishvili Colombara(Vittoria Lìcari) “La prima cosa che ho fatto è stata evidenziare in rosso tutte le indicazioni dinamiche della partitura: non c’è che da osservarle per rendersi conto che più della metà dell’opera è in piano e pianissimo. E allora perché nessuno ci fa caso? Forse perché per l’orchestra suonare piano piuttosto che forte è sempre una sfida. Ma se si supera il volume specificato dal compositore, i cantanti dovranno forzare il suono, il che è rischioso per le voci”.
Chi parla non è un direttore d’orchestra, bensì Peter Stein, regista del nuovo allestimento di Aida presentato alla Scala, il quale così prosegue: “Abbiamo convenuto con il direttore d’orchestra di seguire alla lettera le istruzioni dell’autore, per trasformare Aida da una pomposa esibizione in un dramma psicologico privato, com’era nelle intenzioni di Verdi. […] La cosa migliore che un regista possa fare, qui, è seguire la partitura così come è stata scritta dal compositore. Se cominciamo a inventarci cose, cadremo in una trappola dopo l’altra. […] Lo stesso si può dire degli innumerevoli tentativi di trasferire il luogo dell’azione delle opere classiche nella nostra epoca. Ma perché dobbiamo pensare che questa sia l’unica maniera per indurre il pubblico a simpatizzare con i personaggi, condividendone gioie e dolori? […] Immergersi nelle nebbie del passato non è meno interessante che contemplare le vite dei nostri contemporanei”. Pillole di saggezza di cui molti suoi colleghi dovrebbero fare tesoro, puntualmente realizzate sul palcoscenico scaligero mediante una perfetta sintonia d’intenti con Zubin Metha, la cui esecuzione è stata così limpida e plastica che la partitura sembrava materializzarsi durante l’esecuzione mescolandosi all’immagine scenica. L’obiettivo di porre in primo piano il dramma tutto privato del triangolo amoroso stritolato dalla ragione di stato è perfettamente riuscito a Stein sul piano dell’allestimento, grazie anche alle scene, alle luci e ai costumi, tutti molto belli – rispettivamente di Ferdinand Wögerbauer, Joachim Barth e Nanà Cecchi - ma non altrettanto a livello dei singoli interpreti, che il regista non ha saputo indurre ad abbandonare una gestualità standardizzata quando non erano, addirittura, prigionieri della loro staticità, cosicché veniva oltretutto a mancare proprio la differenziazione fra i due personaggi che davvero devono essere statuari e inflessibili dentro e fuori – Ramfis e il Re – e i loro umanissimi e psicologicamente straziati antagonisti. L’unica a distinguersi come attrice è stata Anita Rachvelishvili (Amneris), alla quale andrebbe però raccomandato di non esagerare in “volontà di potenza” soprattutto nel registro di petto: la sua voce è talmente grande e bella da non necessitare che di essere lasciata fluire pensando solo all’interpretazione. Kristin Lewis, titolare del ruolo di Aida, è stata sostituita nell’ultima rappresentazione dall’ottima Maria José Siri. Ottima anche l’interpretazione di Fabio Sartori nella quale, più che in quelle di tutti i suoi compagni di scena, è stato possibile cogliere le corrette dinamiche pretese da Mehta e Stein in quanto Radames è un ruolo in genere mantenuto dalla maggior parte dei tenori su un livello generale di eccessiva potenza sonora. Bene, in generale, Ambrogio Maestri come Amonasro, ma non condivisibili certi suoni attaccati dal basso che non appartengono allo stile verdiano. Perfetto Carlo Colombara nei panni del Re. Matti Salminen sostiene con grande autorevolezza il ruolo di Ramfis pur mostrando, specie nelle note estreme della tessitura, i segni della sua lunga e intensa carriera. Due allievi dell’Accademia di Perfezionamento per Cantanti Lirici della Scala, Azer Rza-Zada e Chiara Isotton, hanno ben sostenuto i ruoli del messaggero e della sacerdotessa. Molto bella la prova degli allievi della Scuola di Ballo del teatro diretta da Frédéric Olivieri; a proposito delle danze, non si può che condividere la scelta di tagliare quelle aggiunte alla scena del trionfo, coerentemente con la prospettiva del dramma privato su cui la filosofia dell’intero allestimento era basata.
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