 ( Vittoria Lìcari) Assente dal 1870 dal palcoscenico scaligero, Otello, ossia il moro di Venezia di Gioachino Rossini è stato finalmente ripreso in un allestimento realizzato in collaborazione con Staatsoper Berlin. Rappresentato per la prima volta a Napoli nel 1816, l’Otello rossiniano giunse a Milano nell’estate del 1818 al Teatro Re - così chiamato dal nome dell’impresario Carlo Re per il quale era stato costruito in un’area poco distante dalla Scala e che sarebbe stato demolito nel 1872 – per poi approdare nel massimo teatro cittadino il 3 settembre 1823 sotto la direzione di Alessandro Rolla e con le scene di Alessandro Sanquirico; rimase quindi in repertorio fino al 1870 e nel corso delle novantasette recite che si susseguirono ne furono interpreti alcune delle più celebrate stelle del firmamento vocale del XIX secolo, quali Giuditta Pasta, Maria Malibran e il tenore Domenico Donzelli, che del ruolo di Otello fece uno dei suoi cavalli di battaglia.
I mutamenti stilistici e di gusto intervenuti nel corso di quasi un cinquantennio influenzarono a tal punto la vocalità da rendere progressivamente sempre più difficile il reperimento di cantanti adatti a sostenere i tre impervi ruoli tenorili di quest’opera. Il destino di un lungo oblio la accomunò d’altronde pressoché all’intera produzione seria di Rossini – fatta eccezione per Guillame Tell che rimase in repertorio, ma solo nella versione italiana – fino a quando il Rossini Opera Festival di Pesaro a partire dal 1980, unitamente poi alla Fondazione Rossini dal 1994, iniziò il recupero di tutto il repertorio rossiniano secondo criteri storico-musicologici che hanno dato origine a nuove generazioni di interpreti e stimolato la curiosità e il gusto del pubblico. Oggi, dunque, possiamo di nuovo ascoltare nella stessa serata tre magnifici tenori quali Gregory Kunde (Otello), Juan Diego Flórez (Roderigo) ed Edgardo Rocha (Jago), in grado di restituire ai loro difficilissimi ruoli la giusta valenza drammatica, in virtù non solo della loro bravura tecnica ed espressiva, ma anche delle diverse caratteristiche di colore vocale, in assenza delle quali sarebbe inevitabile una certa monotonia timbrica. Certo, rispetto al giovane Rocha e all’ormai maturo, ma vocalmente in perfetta forma, Flórez, Gregory Kunde denuncia la sua lunga e intensa carriera soprattutto nella gestione del registro grave, ma tiene la scena e avvince interpretativamente in modo straordinario. Stupenda la Desdemona di Olga Peretyatko, in perfetta sintonia con l’ottima Annalisa Stroppa come Emilia. Di alto livello anche il resto della compagnia: il tenore Nicola Pamio (Doge), il basso Roberto Tagliavini (Elmiro Barberigo) e il giovane tenore Sehoon Moon, allievo dell’Accademia scaligera, nella breve, ma molto esposta parte del gondoliere. La direzione di Muhai Tang è stata discreta e non invadente, pur se sapientemente esperta nel sostenere i cantanti e lasciare ampio spazio ai loro virtuosismi, che costituiscono il nucleo portante della drammaturgia di quest’opera: basti pensare allo scontro fra Otello e Roderigo nel secondo atto, un vero e proprio duello fra vocalità, e alla scena di Desdemona prima del finale dello stesso atto, su evidente modello mozartiano delle grandi arie händeliane, in cui si estrinseca tutta la complessa e contraddittoria interiorità del personaggio. La lettura registica di Jürgen Flimm, in chiave contemporaneo-atemporale, non regge il confronto con la robusta struttura drammaturgica della partitura: meglio sarebbe stato rappresentare la vicenda nel suo contesto originario e senza pretendere di essere “originali” a tutti i costi. Magnifiche le prime parti dei fiati e perfetta la prassi esecutiva.ÂÂ
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