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Teatro alla Scala: Giovanna d’arco Stampa
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Venerdì 15 Gennaio 2016 20:38
160115 giovanna darco(Vittoria Lìcari) La stagione 2015/2016 del Teatro alla Scala si è inaugurata con Giovanna d’Arco, settima opera di Giuseppe Verdi, andata in scena per la prima volta proprio nel massimo teatro milanese il 15 febbraio 1845. Temistocle Solera ne scrisse il libretto traendolo da Die Jungfrau von Orléans (1801) di Friedrich Schiller, il quale la riteneva uno dei suoi lavori migliori, come del resto anche Verdi penserà poi della propria opera. Considerata in genere un’opera minore, Die Jungfrau von Orléans contiene in realtà i temi portanti della drammaturgia di Schiller, quali quello del popolo oppresso dallo straniero, di stretta attualità a quei tempi in terra tedesca e, quarantaquattro anni dopo, in una Italia ancora divisa e alla ricerca della propria unità nazionale, nonché l’interesse per le figure femminili, sulle quali maggiormente pesa il contrasto fra dovere e inclinazione, che inevitabilmente conduce a scelte laceranti. Schiller modifica in maniera sostanziale la realtà storica, soprattutto quando decide di far morire Giovanna in battaglia, nel pieno della propria gloria, senza avere dovuto subire l’umiliazione del processo e della condanna per eresia.

Ma il cambiamento che maggiormente giustifica il sottotitolo “una tragedia romantica” apposto dall’autore stesso è la maggiore importanza conferita al dramma personale di Giovanna – che trova la forza di rinunciare all’amore per dedicare tutte le proprie energie alla liberazione della Francia – rispetto a quello collettivo del popolo francese in lotta contro gli inglesi invasori. Nella rilettura di Verdi e Solera le peculiarità del lavoro di Schiller vengono sfruttate al meglio ai fini della ricerca stilistica verdiana: soprattutto l’ambivalenza di Giovanna – fra femminile e maschile, fra pastorella e guerriera –costituisce terreno fertile per la ricerca compositiva verdiana, nella quale già sono avvertibili ampie oscillazioni stilistiche e libertà formali. Ne è ben conscio Riccardo Chailly il quale, per il suo primo 7 dicembre in veste di direttore principale, ha fortemente voluto questo titolo, che considera imprescindibile per la conoscenza dell’intera opera verdiana, in quanto “anticipa Macbeth, Rigoletto, La traviata, Don Carlos, Aida”. Il maestro milanese afferma che la “forza anticipatrice” di Giovanna d’Arco lo ha sempre attratto “perché contiene una moltitudine di elementi che ritroviamo in opere più mature e conosciute” e perché vi si riconosce “il genio di Verdi nella sua entusiasmante manifestazione iniziale”. Il fatto che sia poco rappresentata dipende dalla difficoltà dei principali ruoli vocali, in particolare di quello della protagonista, che deve essere un robusto soprano drammatico di agilità, in grado di gestire in maniera sicura e uniforme una tessitura che va dal do2 al re4. Anna Netrebko ha perfettamente risposto a queste caratteristiche, riconfermandosi come una fra le maggiori interpreti del nostro tempo non solo come cantante, ma anche come attrice. Ottima anche la prestazione di Francesco Meli, nella non meno impegnativa parte di Carlo VII, che ha interpretato con grande proprietà ed eleganza anche se, quando canta gli acuti in piena voce, si avverte ancora la natura originariamente più “leggera” della sua voce rispetto al repertorio che attualmente affronta. “Frutto della particolare sensibilità verdiana” – sono parole del germanista Riccardo Morello, riportate sul programma di sala – “ è senza dubbio il ruolo del tutto particolare che nella Giovanna d’Arco assume il personaggio del padre Giacomo: in Schiller si chiama Thibaud ed è una figura pesantemente negativa, mentre qui si trasforma, pur essendo il motore inconsapevole della rovina della figlia, in un padre in fondo affettuoso e amorevole, prototipo di tante figure paterne che caratterizzano le opere verdiane, da Miller, a Rigoletto, a Germont.” Carlos Álvarez – che a causa di una indisposizione era stato sostituito per la prima rappresentazione da Devid Cecconi – ne ha dato, nel corso delle repliche, una interpretazione tanto nobile e convinta da recuperare appieno tali caratteristiche, peraltro esaltate dalla regia. Completavano il cast Dmitri Beloselskiy (Talbot) e Michele Mauro (Delil).

La regia di questo spettacolo, realizzata da Moshe Leiser e Patrice Caurier, ricorda, per certi versi, l’edizione di Claus Guth della Frau ohne Schatten di Richard Strauss presentata alla Scala nel 2012. In entrambi i casi la vicenda viene fatta scaturire dalla mente malata della protagonista, ma mentre il testo scritto negli anni dieci del Novecento da Hofmannsthal per Strauss risente dell’influenza di Freud e, in particolare, della sua Interpretazione dei sogni, ma anche delle ricerche di Jung su simboli e archetipi, il delirio di Giovanna, nell’allestimento di Leiser e Caurier ha messo in risalto quanto di irreale e metafisico la drammaturgia di quest’opera contiene: i registi si sono posti “nella mente di una persona che sogna di diventare Giovanna d’Arco”, in un periodo coincidente non solo con quello della creazione dell’opera, ma anche con gli studi del neurologo francese Jean-Martin Charcot sull’isteria all’ospedale parigino della Salpetrière.

L’elemento guerresco, così importante nella vicenda storica, ma già ridimensionato da Schiller ed evocato attraverso la descrizione e il ricordo nella partitura verdiana, si trasforma quindi, nella lettura del duo registico franco-belga, in una sorta di spiritualismo onirico che include l’elemento soprannaturale. Una tale lettura visiva ha naturalmente richiesto una scenografia sobria, fatta eccezione per il terzo atto, in cui il palcoscenico è dominato dalla facciata della cattedrale di Reims e riempito di elementi architettonici in stile gotico. Per il resto, le scene di Christian Fenouillat sono state abilmente fuse con le luci di Christophe Forey e i video di Étienne Guiol, elementi imprescindibili per la rappresentazione di una vicenda così sospesa fra terra e cielo, realtà e sogno. Nella creazione dei costumi, Agostino Cavalca ha seguito con coerenza le scelte operate dai registi, soprattutto nel rendere assolutamente irreali le figure “storiche” – Carlo VII, Talbot e Delil – vestendoli con armature che sembravano una via di mezzo fra il futurismo di Depero e l’Uomo di latta del Mago di Oz. Parole di grande apprezzamento, che non possiamo che condividere, ha avuto Chailly per il coro – preparato come sempre in modo impeccabile da Bruno Casoni - e per l’orchestra della Scala. E sono proprio quelle parole la migliore delle recensioni: “Si parla spesso della ‘tinta’ della musica di Verdi. Qui abbiamo un’intera tavolozza di colori vocali e strumentali affidati al coro e all’orchestra.

La profondità della musica è stata subito recepita dai complessi della Scala. E la consuetudine con Verdi – la conoscenza del suo DNA stilistico – ha fatto cogliere in modo spontaneo la sua ricchezza espressiva al di là delle note, semplici solo in apparenza: è un’opera sconosciuta che i musicisti sembravano conoscere da sempre.”