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Ministri, giornalisti, negri e ipocrisia lessicale Stampa
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Mercoledì 07 Agosto 2013 11:26
130806 pescenero(Paolo Mariani) Se dicessi che un ministro di colore, formalmente designato, e quindi ufficialmente rappresentante delle più alte istituzioni italiche, confonde il burqa con il velo monacale, insiste sullo ius soli incurante delle ripercussioni sociali e di integrazione che lei dovrebbe tutelare, forse sarei tacciato di razzismo.
Se, invece, dicessi che un ministro diversamente pigmentato difende i temi che le sue deleghe devono tutelare me la caverei elegantemente.
Siamo nella situazione in cui – per parafrasare la citazione di un politico in voga anni fa, prima di dimore a Montecarlo e disfatte elettorali – un politico non deve dire ciò che pensa, ma deve pensare a ciò che dice. Questo, in effetti, vale anche per la gente comune e per i giornalisti in particolare, magari anche per i cantanti che nel pieno boom economico cantavano che “alle falde del Kilimangiaro ci sta un popolo di negri che ha inventato tanti balli…”
130806 Martin Luther KingForse il perbenismo presente imporrebbe il rifacimento della canzone con il testo modificato per non urtare le minoranze, che sono sempre meno minoranze, e i ministri, specialmente di questi tempi. Dopo le scuse del governatore del Veneto per le intemperanze verbali dei suoi militanti, dobbiamo forse aspettarci le scuse di Edoardo Vianello per l’uso imponderato del termine riferito ai “Watussi, gli altissimi negri”? O ancora il perdono di Fausto Leali per avere usato lo stesso aggettivo cantando che “non sono che un povero negro, ma nel Signore io credo, e so che tiene accanto anche i negri che hanno pianto”?