| Madama Butterfly al Teatro alla Scala |
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| Giovedì 16 Febbraio 2017 21:27 |
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(Vittoria Licari) L’esecuzione della prima versione di Madama Butterfly di Giacomo Puccini che Riccardo Chailly ha proposto per l’apertura della stagione 2016/2017 del Teatro alla Scala giunge dopo un lungo percorso di studio che ha origine nel debutto statunitense del direttore milanese, avvenuto nel 1974, proprio con questo titolo, alla Liric Opera di Chicago.
E Puccini aveva ragione, in quanto i due atti originari si contrappongono, e si completano, con un equilibrio molto più convincente rispetto alla successiva suddivisione in tre atti, ristabilendo oltretutto l’aderenza alle classiche unità aristoteliche, che vorranno pur dire qualcosa, se su di esse si sono basati gli immortali tragediografi greci, con le cui opere Madama Butterfly ha numerosi punti di contatto. Il primo atto – per realizzare il quale Illica e Giacosa attinsero anche al romanzo Madame Chrysanthème di Pierre Loti (1887) - è deputato soprattutto a descrivere l’ambiente giapponese, dove la scena del matrimonio viene presentata nella sua completezza, con grande beneficio per la drammaturgia generale dell’opera, e dove la maledizione dello zio bonzo viene esaltata nella sua drammaticità proprio in quanto immediatamente preceduta dalla parentesi buffa costituita dalla romanza dello zio ubriaco Yakusidé. Il secondo atto, invece, totalmente dedicato al dramma di Butterfly e alla sua lenta e penosa presa di coscienza della realtà, trae grande vantaggio dalla continuità musicale, esaltata dalla sospensione temporale del “coro a bocca chiusa” e dal successivo intermezzo sinfonico, presente solo in questa versione, che imprime alla partitura la definitiva virata tragica. Com’è noto, il ruolo di Butterfly è particolarmente arduo perché la sua vocalità deve rappresentare la maturazione psicologica di una fanciulla che raggiunge una maturità precoce attraverso il dolore; la sua è anche una presa di coscienza dell’egoismo e della crudeltà altrui mediante l’incontro-scontro di due mondi da entrambi i quali ella si sente, e in effetti è, esclusa. Maria José Siri ha concentrato nella sua interpretazione tutte le caratteristiche del personaggio, forte di un’ottima tecnica e di una grande sensibilità interpretativa. Accanto a lei spiccava lo straordinario Sharpless di Carlos Álvarez, grandissimo cantante-attore. Pur con qualche imperfezione sul piano vocale, Bryan Hymel ha ben delineato l’ingrato ruolo di Pinkerton, il cui cinismo e razzismo, non meno che la codardia e la totale irresponsabilità, vengono posti in maggiore evidenza in questa prima versione rispetto alle successive, nelle quali risulta, in un certo senso, attenuata. Un’altra caratteristica di questa prima versione è la presenza più forte e attiva del personaggio di Kate Pinkerton, bene impersonata da Nicole Brandolino, impegnata in un drammatico confronto con Butterfly per l’affidamento del figlio e ben conscia delle proprie, seppur involontarie, responsabilità, laddove il marito crede invece che anche le ferite più dolorose possano essere sanate con il denaro. Grande rilievo ha conferito al personaggio di Suzuki il mezzosoprano Annalisa Stroppa, una delle migliori artiste italiane in attività: perfetta la sua interpretazione vocale e di alto spessore emotivo la sua resa scenica. Ottima la prestazione di Carlo Bosi nella parte di Goro, e di alto profilo tutti gli interpreti dei ruoli minori, in particolare Abramo Rosalen (lo zio Bonzo) e Leonardo Galeazzi (Yakusidé). Bellissima la regia di Alvis Hermanis, autore anche delle scene insieme a Leila Fteita: splendida, in particolare, l’idea di “visualizzare” la fuga orchestrale introduttiva mediante le silouhettes di tante Butterfly, visibili attraverso la parete di fondo trasparente, che agitano le maniche dei kimono proprio come tante farfalle disorientate e impazzite agiterebbero le ali. Hermanis ha scelto di rappresentare il mondo giapponese attraverso la retorica stilizzata del teatro kabuki, presente non solo nel gesto scenico dei cantanti, ma anche nei bellissimi costumi di Kristīne Jurjāne, curati in ogni minimo dettaglio, compreso il trucco, qui particolarmente efficace per l’individuazione immediata dell’interiorità dei diversi personaggi, altro punto di contatto, quest’ultimo, con la tragedia della Grecia classica e le sue maschere. Il gesto minimalista del kabuki è amplificato dalle dodici danzatrici-geishe, che si muovono sulle eleganti coreografie di Alla Sigalova, mentre i riferimenti temporali e ambientali sono affidati alle luci e alle proiezioni video di Gleb Filshtinsky. Molto interessante, inoltre, l’idea di arredare la casa di Butterfly, nella prima parte del secondo atto, in uno stile pesantemente occidentale, che rappresenta lo sforzo della giovane di integrarsi in una cultura geograficamente e psicologicamente tanto lontana da lei. La lettura di Riccardo Chailly ha particolarmente evidenziato, com’era peraltro accaduto nella recente Fanciulla del West, la “modernità” della partitura, che Puccini considerava appunto il suo lavoro più moderno, sottolineando la violenza del suono e le tante illusioni armoniche non soddisfatte che percorrono l’opera. Ciononostante, il rapporto dinamico fra buca e palcoscenico è stato sempre equilibrato. Eccellente la prestazione dell’orchestra e del coro. |

