| Teatro alla Scala: La dama di picche |
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| Domenica 05 Giugno 2022 11:57 |
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(Vittoria Lìcari) Quando, nel 1887, Čaikovskij ricevette dal direttore dei Teatri imperiali di San Pietroburgo la proposta di mettere in musica il racconto Pikovaja dama di Aleksandr Puškin – del quale, nel 1879, aveva già musicato Evgenij Onegin – la sua reazione non fu proprio entusiastica, a differenza di quella di suo fratello Modest, che subito intraprese la stesura del libretto, in origine destinato a un altro compositore. Ma il direttore dei Teatri imperiali voleva a tutti i costi che il lavoro fosse affidato a Čaikovskij e il suo desiderio poté realizzarsi grazie a Modest il quale, ricordando che il fratello aveva motivato il proprio rifiuto sostenendo che il racconto puškiniano non lo commuoveva, apportò all’originale alcuni sostanziali cambiamenti che lo rendessero, appunto, “commovente”. Al di là della ricollocazione temporale della vicenda nel secolo XVIII per non mettere in scena la contemporaneità – espediente, peraltro, piuttosto comune, che anche Verdi aveva utilizzato per la “prima” della Traviata – Modest Čaikovskij modificò profondamente i personaggi principali. Hermann, da tedesco cinico e benestante che vuole avere la certezza di accrescere il proprio patrimonio mediante il gioco e, per ottenere lo scopo, non esita a servirsi di Liza, viene trasformato in uno straniero talmente povero da non potersi nemmeno sedere al tavolo da gioco, realmente innamorato della ragazza. Liza non è la povera “pupilla” della Contessa, bensì sua nipote - e dunque appartenente all’aristocrazia - a tal punto schiacciata dal senso di colpa per la morte della nonna e dal timore di essere stata “usata” da Hermann da togliersi la vita, mentre nell’originale è destinata a un tranquillo matrimonio borghese. Nell’opera anche Hermann ricorre al suicidio anziché finire nel manicomio destinatogli da Puškin. È
Agli inizi del 1889, dunque, Čaikovskij, avendo deciso di prendersi una pausa dalla composizione del balletto La bella addormentata, partì per l’Italia: il suo lungo soggiorno fra Firenze e Roma si rivelò straordinariamente creativo, e il 19 (7 per il calendario giuliano, allora in vigore in Russia) dicembre 1890 l’opera andò in scena al Teatro Marinskij di San Pietroburgo ottenendo un grande successo di pubblico, a cui fece seguito una vasta eco internazionale, a partire dalla prima esecuzione al di fuori dei confini russi, a Praga, nel 1892. Molto apprezzata da Gustav Mahler, che ne diresse la “prima” viennese nel 1902, approdò quindi ai palcoscenici italiani nel 1906, proprio alla Scala – in versione ritmica italiana, secondo l’usanza dell’epoca - con la direzione di Leopoldo Mugnone e voci di prima grandezza quali il soprano Emilia Corsi, il tenore Giovanni Zenatello e il baritono Riccardo Stracciari. Una curiosità: nel 1937 Pikovaja dama fu oggetto di uno dei primi esperimenti registici di trasposizione in tempi moderni da parte di Vsevolod Mejerchol’d.
Intorno alla figura della Contessa – che realmente suscitava in lui terrore - e alla scena della sua morte Čaikovskij iniziò il lavoro compositivo. Particolarmente felice è stata quindi la scelta del regista Matthias Hartmann di esaltare la presenza di questo personaggio, che di solito viene relegato in secondo piano rispetto alle figure dei due giovani innamorati, anche perché lo stesso titolo la richiama apertamente al ruolo di vera protagonista. Il fatto che a interpretarla sia stata chiamata una cantante nel fulgore dei propri mezzi vocali e dall’indubbio fascino qual è Julia Gertseva – mentre, di solito, questo ruolo viene affidato a cantanti gloriose, ma ormai avanti con gli anni, come cameo di fine carriera (l’ultima volta a Milano, nel 2005, fu interpretato da Elena Obraztsova) – ha suggerito al regista, anziché invecchiarla artificialmente con il trucco, di farla vivere nel sogno della sua passata bellezza, glorificandola al punto da sostituirla alla zarina Caterina al culmine della festa a tema nel secondo atto. L’evocazione degli anni giovanili trascorsi dalla Contessa a Parigi è sottolineata dalla coreografia che, durante l’aria di Tomskij del primo atto, mette in scena l’incontro della Contessa e del Conte di Saint Germain, l’enigmatico personaggio – realmente esistito e ammantato di mistero, sebbene fosse, fondamentalmente, un impostore – che le aveva rivelato il segreto delle tri karty, il cui tema ritorna per tutta l’opera su di un ossessivo ritmo anapestico. Il Conte di Saint Germain, che durante la giovinezza della allora bellissima Contessa alla corte di Francia le aveva rivelato il segreto delle tre carte in cambio di una notte d’amore con lei, viene portato in scena in quanto risolve vari snodi della vicenda. La presenza di questo personaggio, che manovra tutti come marionette, incarna l’elemento fantastico già presente in Puškin e ulteriormente esaltato nell’opera, tanto che proprio lui assurge, nella presente regia, ad anfitrione della festa del secondo atto, in cui campeggiano giganteschi lampadari e sono presenti in scena molti specchi, due dei quali egli consegna rispettivamente a Liza e a Hermann, chiaro invito a prendere coscienza della loro vera identità.
Scenografia |

