| Fidelio in diretta TV |
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| Mercoledì 10 Dicembre 2014 13:34 |
(Vittoria Licari, Foto: BRESCIA/AMISANO) “Chiunque tu sia, ti voglio salvare”. Leonore non è ancora sicura che quel prigioniero reso quasi irriconoscibile dalle pene di una lunga detenzione sia realmente suo marito Florestan: le è parso di riconoscerne la voce, ma, anche se non fosse lui, è comunque un uomo innocente in pericolo di vita, e lei non lo abbandonerà al suo destino. Basta questo verso del libretto scritto da Joseph Ferdinand Sonnleithner e Georg Friedrich Treitschke per connotare Fidelio, unica opera teatrale di Ludwig van Beethoven, come la sintesi del suo pensiero a proposito dei diritti umani e della responsabilità che ogni uomo ha nei confronti dei propri simili.Dieci anni prima del suggello costituito dalla Nona sinfonia (1824), è Fidelio (1814) – rielaborazione e compimento di precedenti lavori risalenti al biennio 1804/1806 - il grande manifesto dell’etica beethoveniana, scelto per inaugurare la stagione 2014/2015 del Teatro alla Scala. La regista britannica Debora Warner, che torna alla Scala dopo la splendida Death in Venice di Britten messa in scena nel 2011, ha scelto di collocare il dramma – originariamente ambientato nella Spagna del XVII secolo - in una fabbrica dismessa divenuta sede di una prigione: un caso di “riconversione” di un luogo di vita in luogo di morte che si è molto frequentemente verificato nella storia più o meno recente. La ricerca della verità e della giustizia nella metaforica oscurità del carcere e il disvelamento dell’ingiustizia alla luce del giorno si concretizzano mediante l’onnipotenza dell’amore di una moglie per il marito. Leonore attua lo stesso percorso di Orfeo, che si avventura nell’oltretomba per raggiungere il suo amore perduto: ma in questo caso, attuando quello che la Warner definisce un “fantastico rovesciamento”, “è l’eroina che scende nell’oscurità per cercare il suo amato”. Ed ecco l’altro grande tema dell’opera, accanto a quello umanitario-politico: il coraggio femminile, di una donna “ordinaria” – sono sempre parole della regista – che dà prova di un coraggio straordinario, esattamente come fanno quotidianamente migliaia di donne del nostro tempo, in tutto il mondo. La regista inglese cura a tal punto i dettagli da giungere a sottolineare il fatto che una donna sensibile come Leonore non possa, una volta risolti i propri problemi, dimenticarsi di coloro che le circostanze l’hanno portata giocoforza a ferire: ed ecco quindi che, nel finale dell’opera, dopo avere liberato il marito dalle catene Leonore cerca di consolare la povera Marzelline, che si era innamorata di lei credendola un giovane uomo. Altro dettaglio non da poco, collocato com’è dentro l’affollatissima scena conclusiva, la Warner trova il modo di “zummare” sulla desolazione di Marzelline e sul suo imbarazzo nei confronti di Jaquino, l’innamorato da lei respinto a favore di Fidelio, conferendo con ciò piena dignità anche ai risvolti apparentemente secondari della vicenda, se visti nell’ottica dell’alternativa fra la vita e la morte, ma assolutamente “vitali” per chi li prova sulla propria pelle. Oltre che per il lavoro sugli attori – peraltro tutti magnifici – la Warner si fa apprezzare anche per come sa gestire le masse nel profondo rispetto della drammaturgia musicale: risolve in modo originale, ma con grande proprietà, la convenzionale marcia che introduce l’entrata in scena di Don Pizarro, ma lascia tutto lo spazio alla musica nel “coro dei prigionieri”, dove il coro canta pressoché immobile.
La collocazione contemporanea dell’allestimento scenico e dei costumi, frutto del lavoro di Chloe Obolensky, contribuisce a svelare con la massima chiarezza l’atemporalità di una vicenda che trova ancora oggi più di una eco nella cronaca quotidiana in tutto il mondo. Anja Kampe, veterana del ruolo di Leonore, trasmette una fortissima energia vocale e gestuale, ed è stata perfetta nel rappresentare la forza della disperazione che muove l’agire del personaggio, con la paura che costantemente affiora, ma viene ricacciata indietro dalla sua reazione all’incalzare degli eventi, in ciò incarnando perfettamente il concetto beethoveniano dell’esistenza vista come perenne lotta contro le avversità. Accanto a una Leonore di nascita tedesca, ma che ha studiato in Italia e parla perfettamente l’italiano, ecco un Rocco sud-coreano che padroneggia perfettamente la lingua tedesca e si distingue nel repertorio wagneriano, il basso Kwangchul Youn, la cui prestazione è stata davvero magnifica. La padronanza della prosodia e la perfetta aderenza del suono alla parola consentono a Falk Struckmann di “scolpire” magistralmente il ruolo di Don Pizarro, per il quale non è la qualità vocale a essere importante, quanto l’accento. Bravissimi Mojca Erdmann (Marzelline) e Florian Hoffmann (Jaquino), mentre il grande Peter Mattei concede al pubblico un “cameo” nelle vesti di Don Fernando. Trattandosi di un tipico eroe romantico, sarebbe stato forse preferibile affidare il ruolo di Florestan a un tenore dal timbro più scuro rispetto a quello del pur bravissimo Klaus Florian Vogt. Solisti all’interno del “coro dei prigionieri” sono Oreste Cosimo e Devis Longo. Delle ben quattro ouvertures scritte da Beethoven per Fidelio, Daniel Barenboim ha scelto la Leonore n°2 in Do maggiore perché più legata ai contenuti musicali dell’opera, mentre l’ouverture tradizionalmente adottata - Fidelio, in Mi maggiore – potrebbe, come egli stesso ha dichiarato in una intervista concessa a Radiotré, essere anteposta a un qualsivoglia melodramma dell’epoca in quanto musicalmente del tutto autonoma. In effetti, nella Leonore n°2 i temi dell’opera vengono elaborati in maniera più articolata rispetto alla omonima ouverture n°1, ma ancora con “qualche dubbio” – sono sempre parole di Barenboim - rispetto alla chiarezza drammatica di quel capolavoro che è la Leonore n°3, dove tutto è ormai avvenuto e tutto viene esplicitamente dichiarato. La scelta, che Barenboim aveva già operato in occasione della incisione discografica dell’opera, si rivela perfetta, perché la Leonore n°2 introduce l’ascoltatore ai contenuti drammaturgici di ciò che sta per accadere sul palcoscenico in senso davvero “gluckiano”, mantenendo però, rispetto alla n°3, una “suspense” che viene invece spazzata via dalla molto più solare ed epica energia di quest’ultima. Sotto la sua guida l’orchestra ha dato prova di grande resa drammatica: si ascolti, a titolo di esempio, il grande rilievo conferito ai contrabbassi nel duetto del secondo atto fra Leonore e Rocco.
Da sottolineare anche la bella prestazione del coro, diretto da Bruno Casoni. La ripresa televisiva effettuata da RAI5 e trasmessa in diretta in Italia e in differita in Europa e in Giappone ha consentito al grande pubblico non solo di assistere a uno spettacolo di altissima qualità in condizioni per certi versi “privilegiate” rispetto agli spettatori in sala – non a caso la stessa Anja Kampe ha sottolineato in una intervista che l’opera in tv permette di vedere meglio le espressioni dei cantanti – ma di ascoltare inoltre interventi anche non di stretto carattere storico-musicale, come quello del magistrato Livia Pomodoro, secondo la quale l’azione processuale è drammaturgia e impone di conoscere l’anima di chi vi è coinvolto come il teatro impone di conoscere l’anima del personaggio. Con questo Fidelio si è definitivamente conclusa la gestione di Stephane Lissner il cui successore Alexander Pereira ha annunciato – oltre a un titolo importante all’anno di opera contemporanea - l’aumento delle nuove produzioni scaligere caratterizzate dal “colore” italiano, inteso non come sinonimo di provincialismo, ma come elemento caratterizzante di un’antica e grandissima tradizione.
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(Vittoria Licari, Foto: BRESCIA/AMISANO) “Chiunque tu sia, ti voglio salvare”. Leonore non è ancora sicura che quel prigioniero reso quasi irriconoscibile dalle pene di una lunga detenzione sia realmente suo marito Florestan: le è parso di riconoscerne la voce, ma, anche se non fosse lui, è comunque un uomo innocente in pericolo di vita, e lei non lo abbandonerà al suo destino. Basta questo verso del libretto scritto da Joseph Ferdinand Sonnleithner e Georg Friedrich Treitschke per connotare Fidelio, unica opera teatrale di Ludwig van Beethoven, come la sintesi del suo pensiero a proposito dei diritti umani e della responsabilità che ogni uomo ha nei confronti dei propri simili.