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Teatro alla Scala: L’incoronazione di Poppea PDF Stampa E-mail
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Sabato 21 Febbraio 2015 22:47
150222 POPPEA-PROLOGO 001(Vittoria Lìcari, foto: Andrea Messana – Opéra de Paris) Già autore di Orfeo (1607) e Arianna (1608) - di cui sopravvive soltanto il celebre lamento della protagonista (Lasciatemi morire) - entrambe rappresentate nel Palazzo Ducale di Mantova mentre era al servizio del duca Vincenzo Gonzaga, Claudio Monteverdi (Cremona, 15 maggio 1567 – Venezia, 29 novembre 1643) concentrò la propria attività operistica negli ultimi anni della sua permanenza a Venezia, città dove si era trasferito nel 1613 dopo essere stato licenziato dal nuovo signore di Mantova, Francesco II, e avere invano cercato un impiego presso il Duomo di Milano. Nel 1640 al Teatro San Cassiano dove, tre anni prima, il teatro d’opera era diventato fruibile da chiunque fosse in grado di pagare il biglietto per assistere a uno spettacolo che fino a quel momento era riservato solo alle dimore nobiliari, vide la luce Il ritorno di Ulisse in patria e, l’anno successivo, al Teatro dei Santi Giovanni e Paolo venne messa in scena Le nozze di Enea con Lavinia, di cui purtroppo nulla ci è pervenuto. Infine, pochi mesi prima di morire, Monteverdi compose L’incoronazione di Poppea, su libretto di Giovan Battista Busenello, rappresentata nel medesimo teatro durante la stagione del Carnevale 1643. In realtà, la paternità monteverdiana di quest’opera non è accertata al cento per cento e l’opinione più diffusa fra i musicologi è che Monteverdi ne sia solo in parte l’autore, insieme a Francesco Cavalli (Crema, 14 febbraio 1602 – Venezia, 14 gennaio 1676), suo collaboratore in quanto organista a San Marco, e forse ad altri musicisti dell’entourage di quest’ultimo. Il fatto che siano rimaste solo due partiture manoscritte, entrambe posteriori alla morte di Monteverdi e fra loro alquanto divergenti in molti punti, ha indotto Rinaldo Alessandrini, direttore e curatore della versione andata in scena alla Scala – in coproduzione con l’Opéra National de Paris - a rinunciare alla pressoché impossibile impresa di una edizione critica e a dichiarare in locandina e nel programma di sala che il suo è stato un lavoro di “collazione acritica, revisione, completamento ed edizione dei manoscritti cosiddetti di Venezia e di Napoli” che riflette alcune sue “scelte personali, frutto di una lunga frequentazione con i manoscritti e figlia di riflessioni successive ad altre produzioni” da lui dirette negli ultimi vent’anni. Insieme al gruppo strumentale “Concerto Italiano” da lui fondato, Alessandrini ha diretto alcune fra le migliori voci – quasi tutte italiane - specializzate nel repertorio barocco: Miah Persson, Monica Bacelli, Silvia Frigato, Sara Mingardo, Luca Dordolo, Furio Zanasi, Leonardo Cortellazzi, Adriana Di Paola, Giuseppe De Vittorio, Andrea Concetti, Mirko Guadagnini, Maria Celeng, Luigi De Donato, Monica Piccinini, Andrea Arrivabene. Regia, scene e luci portano la firma di Bob Wilson, artista multiforme nonché maestro del teatro sperimentale, che riesce a coniugare le movenze simboliche caratteristiche dell’epoca barocca con un gesto scenico molto asciutto e moderno e con luci di suggestiva plasticità, creando un perfetto equilibrio fra ascolto e visione. Bellissimi a vedersi e perfettamente funzionali alla cifra registica gli scultorei costumi di Jacques Reynaud.
 
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