 (Vittoria Lìcari) Composto da un Mozart sedicenne e rappresentato per la prima volta al Regio Ducale Teatro di Milano il 26 dicembre 1772, Lucio Silla, dramma per musica in tre atti su libretto di Giovanni De Gamerra, è tornato al Teatro alla Scala, che del Regio Ducale accolse l’eredità nel 1778, dopo la prima e sinora unica messinscena risalente al 1984. Nel corso dei suoi viaggi in Italia, effettuati fra il 1769 e il 1773 in compagnia del padre Leopold, il giovane Mozart sostò per lunghi periodi a Milano, proprio al tempo in cui il governatorato della Lombardia, allora regione del Sacro Romano Impero, passava dalle mani di Francesco III d’Este a quelle di suo genero Ferdinando di Asburgo-Lorena, figlio dell’imperatrice Maria Teresa.
Dopo il grande successo riscosso da Mitridate, re di Ponto (1770) e da Ascanio in Alba (1771), al giovane compositore era stata richiesta una terza opera – Lucio Silla, appunto – che però, pare a causa di alcuni incidenti di percorso di varia natura, non ebbe lo stesso esito delle precedenti, sicché Mozart non ottenne altre commissioni né per Milano né per altre piazze teatrali italiane. Secondo quanto invece scrive sul programma di sala la drammaturga Ronny Dietrich, che ha collaborato all’allestimento, sembra che a costare al musicista altre commissioni fosse stato il suo volersi spingersi troppo oltre trasformando “ […] la latente infrazione delle regole nel contenuto stesso dell’opera […]” e forzando “ […] l’assetto tradizionale in ogni possibile direzione […]”, in ciò stimolato dall’introduzione di alcune modifiche allo schema formale metastasiano da parte del giovane librettista Giovanni de Gamerra, il quale aveva assimilato alcuni elementi della “tragédie lyrique” . Insomma, l’ancora giovanissimo compositore non si limitava più a riprendere le convenzioni operistiche dell’epoca, ma già tendeva a far emergere la propria personalità con ciò forse spaventando un pubblico presumibilmente alquanto conservatore. Dopo la ripresa del 1929 a Praga – in lingua tedesca – Lucio Silla è poco alla volta rientrato in repertorio, a partire dalla prima esecuzione al Festival di Salisburgo nel 1964, pur rimanendo a lungo un’opera considerata fra le minori del salisburghese. L’edizione scaligera – in coproduzione con Mozartwoche Salzburg/Fondazione Mozarteum e Festival di Salisburgo – è stata diretta da Marc Minkowski, specialista del repertorio mozartiano recentemente nominato direttore artistico delle Mozart-Festwochen; in una intervista riportata nel programma di sala egli afferma la sua intenzione di “ […] sottolineare la modernità di quest’opera precoce, con la quale Mozart concluse il suo apprendistato in Italia […]”, avvalendosi anche dell’allestimento di carattere storico del regista Marshall Pynkoski, con il quale vanta una lunga collaborazione proprio in ambito mozartiano. A dispetto dell’apparente staticità della drammaturgia, prevalentemente costruita sul susseguirsi di numeri chiusi collegati dai recitativi secondo l’ancora ben percepibile stile barocco, Pynkosky ha creato quella che si potrebbe definire una “mobilizzazione della staticità” attraverso un magnifico lavoro sui cantanti, i quali hanno saputo “interpretare” fisicamente con grande proprietà musicale e drammatica le lunghe introduzioni strumentali delle arie con “da capo”; perfetta, inoltre, l’interazione della coreografia di Jeannette Lajeunesse Zingg con le movenze degli interpreti vocali che, a loro volta, in essa perfettamente si integravano. Altro elemento particolarmente riuscito erano le luci di Hervé Gary, che isolavano i solisti nelle “riprese” delle arie enfatizzandone il carattere di espressione dell’intimità dei personaggi. Alla splendida riuscita visiva dello spettacolo contribuivano le scene e i costumi – sia le une che gli altri bellissimi - di Antoine Fontaine, già collaboratore alla scenografia per famosi film di ambientazione sei-settecentesca come Vatel di Roland Joffé e Marie Antoinette di Sofia Coppola. L’esecuzione musicale era basata sull’edizione critica di Kathleen Kuzmick Hansell. Nel ruolo del titolo in cui, “per conferire maggior profilo e contrasto alla parte”, secondo quanto dichiarato dal direttore d’orchestra, è stata inserita un’aria alternativa tratta dalla versione dell’opera di Johann Christian Bach, si sono alternati Rolando Villazón e Kresimir Spicer, quest’ultimo particolarmente adatto al ruolo da ogni punto di vista. Marianne Crebassa, nella parte di Cecilio – che alla “prima” fu del celebre castrato Venanzio Rauzzini – e Inga Kalna in quella di Cinna hanno entrambe sfoggiato una tecnica formidabile, messa in piena luce dalla estrema difficoltà dei loro ruoli vocali. Di ottimo livello anche le interpretazioni di Lenneke Ruiten (Giunia) e di Giulia Semenzato (Celia). Da citare, insieme all’ottima prova del corpo di ballo, dell’orchestra e del coro della Scala, il ruolo particolarmente importante dei realizzatori del basso continuo: Francesco Corti (cembalo), Simone Groppo (violoncello) e Pino Ettorre (contrabbasso).
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