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Domenica 06 Marzo 2016 22:42 |
(Vittoria Licari) Fa ormai parte degli allestimenti storici del Teatro alla Scala il Rigoletto per la regia di Gilbert Deflo recentemente riproposto a quasi ventidue anni dal suo debutto, con le scene e i costumi di due mostri sacri quali Ezio Frigerio e il Premio Osca Franca Squarciapino. Deflo intende la regia d’opera come un servizio reso al compositore attraverso la perfetta conoscenza dei personaggi e dell’epoca in cui si svolge la vicenda, un’analisi drammaturgica approfondita, “la full immersion nella situazione” (sono parole dello stesso Deflo) e un approfondito lavoro con i cantanti, perché è la loro recitazione, “la verità dei rapporti umani a determinare, alla fin fine, la forza della rappresentazione.”
No, quindi, alla regia intesa come creazione assoluta, all’opera “svuotata della sua sostanza interiore”, perché “è l’opera stessa a trasmettere diversi contenuti a differenti livelli”, in particolare quando alla base di questa c’è un dramma di Victor Hugo, del cui teatro Louis Jouvet diceva che contiene già strofe e arie. Occhi e orecchie puntate, dunque, sui cantanti, fra i quali spiccava la giovane Nadine Sierra (Gilda), ottima cantante e ottima attrice: finalmente una Gilda che non è un usignolo meccanico, ma un soprano dalla voce piena, con quelle colorature espressive che l’autore prescrive. Dovrebbe però evitare di cadere in trappole di cattivo gusto quali il modo decisamente sguaiato con cui ha eseguito la frase “io vo’ per la sua gettar la mia vita”. Vittorio Grigolo (il Duca di Mantova) è il solito sbruffone nel primo quadro (note buttate al vento, atteggiamento sopra le righe, etc.), ma nel secondo è incredibilmente disciplinato: che sia merito del direttore? Il suo stile attoriale è comunque sempre talmente eccessivo da diventare, alla lunga, persino monotono.
Il protagonista Leo Nucci è stupefacente per longevità e vitalità vocale: può permettersi di ringraziare il pubblico durante gli applausi a scena aperta dopo “Cortigiani, vil razza dannata” e di bissare con la Sierra a sipario chiuso il finale del secondo atto, facendo riassaporare al pubblico i fasti del teatro d’opera d’altri tempi, quando la voglia di divertirsi e appassionarsi prevaleva sul rispetto assoluto delle regole della buona educazione. Nucci è il primo a divertirsi – chi scrive ha avuto modo di incontrarlo, anni fa, dopo una recita e di constatare quanto fosse positivamente euforico – e si diverte talmente tanto che sembra voler trascinare tutti gli altri, sul palcoscenico e in platea, fuori dagli schemi. E’il bello di una “terza età” anagrafica e artistica portata bene come la porta lui. Carlo Colombara è stato un sontuoso Sparafucile, e Annalisa Stroppa ha conferito a Maddalena il giusto colore vocale di contralto belcantistico. Ottimi Giovanni Furlanetto (Monterone) e il gruppo dei cortigiani, composto da Davide Pelissero (Marullo), Azer Rza-Zada (Borsa), Gianluca Breda (il Conte di Ceprano) e dai validissimi artisti del coro. Ottima anche la direzione di Nicola Luisotti, dalle agogiche molto espressive e dall’orchestra molto presente, talvolta forse anche troppo. Particolare apprezzamento merita la prassi esecutiva da lui adottata.
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