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Teatro alla scala. "I due foscari" di Verdi. PDF Stampa E-mail
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Lunedì 09 Maggio 2016 21:21
160509 i due foscari(Vittoria Licari) Meno di tre mesi dopo Giovanna d’Arco, titolo inaugurale della stagione, è stata rappresentata alla Scala l’opera che nella cronologia verdiana immediatamente la precede, I due Foscari, data per la prima volta al Teatro Argentina di Roma il 3 novembre 1844. Dopo il successo di Ernani, rappresentato poco tempo prima al Teatro la Fenice di Venezia, Verdi desiderava comporre un’altra opera che, come la precedente, privilegiasse i conflitti personali rispetto ai grandi effetti scenici; scelse così il dramma The two Foscari di George Byron, affidando la stesura del libretto a Francesco Maria Piave, già autore di Ernani.
Una delle motivazioni del successo un po’ tiepido della “prima” può essere ricercato nel carattere intimo di quest’opera, alquanto distante dal vigore cui Verdi aveva fin qui abituato il pubblico: cinque anni dopo, con Luisa Miller, egli sarebbe ritornato a queste atmosfere cercando però di temperarne le corde troppo tragiche e luttuose. Nel 1847, infatti, così scriveva a Piave: “Nei soggetti naturalmente tristi, se non si è ben cauti si finisce a fare un mortorio, come per modo d’esempio i Foscari, che hanno una tinta, un colore troppo uniforme dall’inizio alla fine”. D’altronde, è proprio la struttura drammaturgica dell’opera che la rende, almeno all’apparenza, monocorde. In realtà, in questa partitura Verdi sperimenta diverse novità sul piano armonico, timbrico, formale e della strumentazione, oltre alla tecnica della reminiscenza tematica (l’associazione di temi ricorrenti ai personaggi principali), che rendono I due Foscari un’opera davvero sperimentale.

La nuova edizione scaligera presentava un notevole motivo di curiosità: il debutto milanese di Plácido Domingo nella parte di Francesco Foscari. Non era la prima volta che il grande artista si esibiva alla Scala nelle sue nuove vesti vocali di baritono – l’avevamo infatti già ascoltato come protagonista di Simon Boccanegra di Verdi e di Cyrano de Bergerac di Franco Alfano - ma è evidente che ogni nuovo esordio del grande ex-tenore suscita grandi aspettative, ma anche grandi dubbi nonché molte critiche “ex-ante” che non appartengono solo a quei melomani adusi a criticare sempre tutto per partito preso, ma anche ad appassionati e intenditori che a questa scelta artistica di Domingo oppongono argomenti tecnico-interpretativi del tutto legittimi. Infatti, c’è da chiedersi se Domingo possa essere considerato davvero un ex-tenore e neo-baritono, e quali siano i motivi che, all’ormai ragguardevole età – per un cantante - di settantacinque anni, lo spingono ancora a calcare le scene. Voglia di esplorare dall’interno quei personaggi che da tenore egli visse nella maggior parte dei casi come acerrimi antagonisti?

Parrebbe di si, a leggere le sue interviste, pur con alcuni doverosi distinguo: “Non potrei mai cantare Jago o Scarpia, perché sono troppo affezionato a Otello e a Cavaradossi”, ha infatti affermato. Rispettiamo le sue scelte e onoriamo l’artista, ma ci sia consentito dire che Domingo è stato e rimane un tenore, pur con le inflessioni baritonali che lo hanno contraddistinto soprattutto da quando è entrato nella “terza età” artistica. E se ci sono dei ruoli in cui il cambio d’abito vocale appare più convincente – come per esempio i già citati Simon Boccanegra e Cyrano de Bergerac – in altri casi, come il Rigoletto televisivo da Mantova di qualche anno fa e l’attuale Francesco Foscari, si avverte decisamente la mancanza del colore giusto, specialmente se si ha come deuteragonista un tenore dello spessore – decisamente implementato e consolidato rispetto al Carlo della Giovanna d’Arco inaugurale – di Francesco Meli: la scarsa differenza timbrica fra le due voci non giova infatti alla drammaturgia, specie a quella verdiana, nell’ambito della quale la voce “è” il personaggio che la rappresenta e da essa trae il proprio vigore. E’ inoltre evidente la difficoltà di Domingo a rispondere adeguatamente, in diversi momenti, alle dinamiche orchestrali. Anna Pirozzi è stata una splendida Lucrezia Contarini, della cui esecuzione vanno particolarmente sottolineate le dinamiche raffinatissime. Splendida la direzione di Michele Mariotti che ha saputo realizzare un perfetto equilibrio fra le voci e l’orchestra, davvero fantastica. Superlativa la prestazione del coro.

Bella la regia di Alvis Hermanis, buon compromesso fra lettura classica e reinterpretazione in chiave simbolica, con evidenti citazioni dal capolavoro di Francesco Hayez ispirato alla triste vicenda del doge Foscari e di suo figlio, che peraltro i milanesi hanno potuto ammirare, pressoché in contemporanea alle rappresentazioni scaligere, alle Gallerie d’Italia, che affacciano proprio su Piazza della Scala, in occasione di una importante mostra dedicata al grande pittore veneziano. Le scene, ideate dal regista stesso, erano sostanzialmente costituite da molti leoni incombenti come simbolo del potere che schiaccia l’essere umano - durante il preludio Francesco “si confronta” drammaticamente con il leone - e che nella scena del carcere erano posti a simboleggiare l’incubo di Jacopo. Quest’ultimo – altra idea molto suggestiva ed efficace - entrava in scena con un bastone che può essere inteso come simbolo del viandante/esule e al tempo stesso, remo, giacché sulla nave che lo porta in esilio gli si spezzerà il cuore. Bellissimi i costumi di Kristīne Jurjāne. Molto efficaci i movimenti dei mimi, curati da Alla Sigalova, che “visualizzavano” la partitura.

 
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