| Teatro alla Scala. The Turn of The Screw |
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| Mercoledì 11 Gennaio 2017 07:51 |
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Il lavoro si svolse nell’arco di pochi mesi, fra il marzo e l’agosto del 1954, con alcune importanti aggiunte, fra cui quella del prologo, a ridosso della prima rappresentazione, che avvenne il 14 settembre di quello stesso anno al Teatro la Fenice nell’ambito della Biennale di Venezia. L’opera era stata finora rappresentata a Milano solo due volte, nel 1969 e nel 1970, alla Piccola Scala – che oggi non esiste più - e in versione ritmica italiana, come talvolta ancora usava a quei tempi, per cui la recente ripresa alla Scala, naturalmente in lingua originale come per fortuna usa oggi, può essere considerata una “prima” a tutti gli effetti. La realizzazione è stata perfetta da ogni punto di vista. Su tutti svettavano i nomi di Christoph Eschenbach e Ian Bostridge: il primo ha concertato con grande raffinatezza espressiva i tredici strumentisti in buca, organico scarno, in linea con la definizione di “opera da camera” che contraddistingue questo lavoro. Il secondo, con la sua vocalità algida, ha perfettamente incarnato l’inquietante Quint e il Prologo. Di altissimo livello anche tutti gli altri componenti il cast: Miah Persson (la governante), Jennifer Johnston (Mrs. Grose), Allison Cook (Miss Jessel) e i giovanissimi Lucas Pinto (Miles) e Louise Moseley (Flora) del Trinity Boys Choir , preparati dal loro direttore David Swinson. La regia, affidata al danese Kasper Holten, si basava sull’impianto scenico di Steffen Aarfing, costruito come una serie di obiettivi che inquadravano di volta in volta le scene, chiudendo la precedente e aprendo la successiva sulle note delle variazioni che le collegano l’una all’altra. Il sapiente uso delle luci e degli effetti video ha contribuito a rendere la rappresentazione fluida e unitaria. |




(Vittoria Lìcari) Ispirato all’omonimo racconto scritto da Henry James nel 1898, The Turn of the Screw (Il giro di vite) fu composto da Benjamin Britten su libretto della scrittrice e critica d’arte Myfawny Piper, che avrebbe in seguito collaborato con lui anche per Owen Wingrave (1971) e Death in Venice (1973).
