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Domenica 05 Marzo 2017 22:39

170306 don carlo alla scala(Vittoria Lìcari) La versione italiana in cinque atti del verdiano Don Carlos non veniva rappresentata alla Scala esattamente da quarant’anni, quando aveva inaugurato la stagione 1977/1978 con la direzione di Claudio Abbado, la regia di Luca Ronconi e un cast che annoverava, nelle parti principali, José Carreras e Plácido Domingo che si alternavano nel ruolo del titolo, Piero Cappuccilli, Nicolai Ghiaurov, Evghenij Nesterenko, Mirella Freni, Elena Obrastzova.

Non è mia abitudine perdermi nei meandri della nostalgia rimpiangendo i “bei tempi passati”, ma in occasione della ripresa di questa cosiddetta “versione di Bologna” – in realtà rappresentata per la prima volta a Londra il 4 giugno 1867 e solo il successivo 27 ottobre nel capoluogo emiliano, e che sarebbe stata la prima versione dell’opera ad approdare alla Scala nel 1868 – non posso proprio farne a meno. Il divario fra quella esecuzione di quarant’anni fa – di cui conservo vivo il ricordo - e questa è troppo ampio per non suscitare rimpianto e, soprattutto, un interrogativo di fondo: possibile che l’attuale mercato internazionale non offra più voci tali da poter affrontare come si deve questa immensa partitura, e soprattutto in un teatro come la Scala? Intendo naturalmente giustificare il mio – almeno parziale – disappunto analizzando nel dettaglio la compagine vocale a partire dal protagonista, Francesco Meli, che pur essendo un ottimo musicista dal fraseggio raffinato, ha una voce decisamente sottodimensionata per un personaggio che dovrebbe svettare per squillo ed energia, in quanto rappresenta, nella visione di Friedrich Schiller ripresa da Verdi, l’emblema stesso dell’eroe romantico.

Evidentemente conscio di tale carenza, nei primi tre atti Meli cerca di sopperire al volume insufficiente agendo di forza, ma cede alla tentazione, peraltro abbastanza comune anche fra molti suoi colleghi, di portare la testa indietro sugli acuti estremi il che, insieme alla non perfetta copertura di alcune vocali, ostacola la corretta proiezione anteriore della voce e, provocando l’innalzamento della laringe, produce uno sgradevole effetto di “strozzamento” del suono. I suoi momenti migliori sono quelli più lirici, nel quarto e quinto atto, dove anche la sua recitazione è più espressiva, forse proprio perché è maggiormente a proprio agio dal punto di vista vocale. Ancora più sottodimensionata la voce di Simone Piazzola, che ricopre il ruolo di Rodrigo: canta correttamente e gestisce molto bene i fiati, ma la portanza vocale è davvero scarsa, considerando la massa orchestrale che deve fronteggiare. Inoltre manca completamente di carattere, cosicché il personaggio non emerge in tutta la sua importanza. Krassimira Stoyanova, che tanto avevamo apprezzato nelle sue recenti interpretazioni scaligere del Rosenkavalier e di Simon Boccanegra, non è del tutto convincente come Elisabetta di Valois, in particolare quando, scendendo nella zona grave della tessitura, eccede nelle consonanze di petto, con effetti che, dispiace davvero dirlo, suonano alquanto sgraziati.

Il tempo e le fatiche di una lunga e gloriosa carriera pesano molto sulla voce di Eric Halfvarson, uno degli interpreti “storici” della figura del Grande Inquisitore, del quale rimane indimenticabile la partecipazione alla versione originale in francese diretta nel 1996 da Antonio Pappano al Théâtre du Châtelet di Parigi e fortunatamente consegnata al dvd.

Fin qui gli interpreti principali appartenenti al cast della “prima”. Ma chi scrive ha assistito a una replica che ha registrato l’assenza del mezzosoprano Ekaterina Semenchuk e del basso Ferruccio Furlanetto. La Semenchuk è stata sostituita, nella parte di Eboli, dall’ottima Béatrice Uria Monzon, che si è particolarmente imposta nel terzo atto, mentre i panni di Filippo II sono stati vestiti da Michele Pertusi, come sempre maestro di eleganza ed espressività, che ha fatto emergere il suo personaggio pur non essendo la sua voce la più indicata per questo ruolo, specie nella zona grave. Brava Theresa Zisser nel ruolo di Tebaldo e bravi i solisti dell’Accademia scaligera impegnati nei ruoli di contorno, fra i quali spiccavano Martin Summer (un frate) e Céline Mellon (una voce dal cielo). Myung-Whun Chun, grande direttore verdiano, è stato bravissimo nel gestire le dinamiche orchestrali in funzione dello scarso volume delle voci di cui si è detto; forse proprio per questo, però, la sua interpretazione è risultata un po’ troppo controllata, tanto più in presenza di alcune fra le pagine più trascinanti dell’intero repertorio operistico.

A voler essere pedanti, bisognerebbe anche segnalare una certa imprecisione dell’orchestra interna nella scena dell’autodafè. Molto bene il coro diretto da Bruno Casoni, particolarmente toccante nel primo atto, con dinamiche perfette nell’esprimere lo sfinimento del popolo provato dalla lunga guerra e dagli stenti. Sobria e moderna, pur nel rispetto della drammaturgia, la regia di Peter Stein, con le scene essenziali di Ferdinand Wögerbauer magnificamente integrate dalle luci di Joachim Barth, e i bei costumi di Anna Maria Heinrich. Purtroppo, però, la gestualità era, in linea di massima, molto convenzionale, con rari momenti di vera recitazione. Molto convincente, invece, la gestione dei gruppi e delle masse. Nell’insieme, comunque, si è avuta l’impressione di una bella occasione almeno in parte sprecata.

 
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