| Teatro alla Scala. L’elisir d’amore |
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| Lunedì 14 Febbraio 2022 17:05 |
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(Vittoria Lìcari) L’autunno della stagione scaligera 2020/2021, che ha segnato la vera ripresa dell’attività teatrale dopo l’incerto avvio causato dalla pandemia e contrassegnato quindi dal ricorso allo streaming e a diversi spettacoli in forma di concerto, si è concluso con L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti nel piacevolissimo allestimento con scene e costumi di Tullio Pericoli e la regia di Grisha Asagaroff, creato per l’Expo 2015 e successivamente riproposto nel 2019.
Uno spettacolo dal sapore fiabesco, una gioia per gli occhi che riporta ai ricordi d’infanzia e scatena l’immaginazione, ponendo l’accento sull’aspetto comico-parodistico che costituisce l’effettivo nucleo strutturale dell’opera, benché il pubblico ne abbia sempre percepito piuttosto il coté romantico-patetico per la presenza di un’aria, la celeberrima Furtiva lagrima, che originariamente non si sarebbe nemmeno dovuta trovare all’interno della partitura.
Secondo il racconto di Emilia Branca, moglie del librettista Felice Romani, quest’ultimo fu infatti pressoché costretto da Donizetti a inserire la romanza in quel punto per utilizzare una sua inedita «musica da camera, che conservava nel portafogli, della quale era innamorato».
Da quell’esperto uomo di teatro che era, Romani oppose inizialmente una ferrea resistenza alla richiesta di Donizetti, sostenendo – peraltro a ragione – che l’azione ne sarebbe stata “raffreddata”, ma le insistenze del compositore ebbero la meglio. E quel brano drammaturgicamente del tutto estraneo all’opera finì poi per diventarne il simbolo, ribaltandone però il senso nella percezione collettiva. Ma il senso dell’umorismo e l’ottimo gusto con cui Benedetta Torre (Adina, al suo debutto alla Scala), Giulio Mastrototaro (Dulcamara), Davide Luciano (Belcore) e Francesca Pia Vitale (Giannetta) hanno interpretato i rispettivi personaggi si è perfettamente inserito nell’allegro contesto scenico creato da Pericoli, riportando il tutto al suo significato originario. Ottima è stata la prova del coro diretto da Alberto Malazzi. Michele Gamba è un bravissimo musicista, che rivela grande rispetto per le voci e la prassi esecutiva. Su Vittorio Grigolo – almeno in questa occasione - non c’è nulla che si possa dire: non ha interpretato Nemorino, bensì sé stesso. E ciò rende impossibile qualsivoglia commento.
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